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Conclusione

di Gabriele Giunchi

Abbiamo giocato con la città per cinque anni. E nel nostro modo di giocare c’erano le regole e la loro trasgressione, la finzione che ironizza e relativizza il principio di realtà, la provocazione benevola, la critica culturale e politica mescolata con lo sberleffo, l’infatuazione e la canzonatura.

Proprio come hanno sempre fatto i bimbi, producendo inconsapevolmente la più alta invenzione della cultura: il gioco, appunto; una trama pacifica valida per tutti gli umani e per tanti altri mammiferi d’ogni specie.

Poi, come succede appunto ai giardinetti o nei cortili dell’infanzia, arriva il bambino prepotente che vuole tutto decidere e tutto tenere, quell’altro che fa i dispetti, questo che è un po’ geloso e invidioso, uno che esibisce il suo giocattolo nuovo ed esclusivo… insomma si rompe l’incantesimo.

Attorno a noi cresce un boicottaggio lento e subdolo. Ci offrono collaborazioni e partecipazione ma non rispettano la parola data. Si parla a vanvera: modalità che perdura tuttora per problemi ben più seri…

Si cerca da più parti di prendere tutto il senso delle idee che proponiamo mettendo da parte gli ideatori, senza avere il coraggio di dirlo direttamente.

Accade con il progetto “IL TRENO DI EINSTEIN” che le FFSS faranno proprio in seguito, a modo loro e a tempo debito, abbinandolo al lusso e all’esclusività (la mancata puntualità che noi ignoravamo volutamente, è l’unica cosa che rimane sui loro treni di lusso: un loro insuperabile difetto, una segno palese d’inefficienza).

Accade di nuovo con il progetto della “FESTA DI CAPOMILLENNIO”. Contratti firmati, deposito del marchio, incontri ai “massimi vertici” ARCI e UNIPOOL; tante fanfare cui fa seguito una latitanza inelegante e un silenzio…assordante. In poche parole, si sono tutti squagliati.

Ma anche qui, vicino, nella nostra città, lentamente veniamo sfrattati dai territori vitalizzati dalle nostre iniziative e “conquistati” alle buone pratiche…

Si comincia con la Collina. Per farci uscire di scena ci vengono negate tutte le sponsorizzazioni, mentre nel parco di fianco si allestiscono una discoteca, un cinema all’aperto, un ristorante, più punti ristoro. Tutto generosamente patrocinato.

La nostra amata Collina della Musica Soffusa viene depennata dal rapporto con l’Assessorato alla Cultura e messa in relazione con l’Assessorato al Commercio. Un affronto.

Poi ci si mette anche una imprevedibile cattiva stagione: per tutto il mese di luglio piove e, alcune sere, scende addirittura la nebbia. Il nostro punto ristoro sembra una baita: beviamo grappa.

Consideriamo tutto questo un segno del destino. Scriviamo un comunicato e “bona lé”!

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Leggi il comunicato scritto alla fine di luglio 1986

Poco dopo il caro amico Gabriele Baldini dovette ritirarsi dalle attività per sopravvenute necessità economiche. Pur essendo medico non aveva trovato una degna collocazione che tenesse conto della sua professionalità e del suo decoro.

Seguì un periodo di ozio attivo, cioè già pronto a cercare nuovi argomenti e percorsi.

Nel frattempo ero stato assunto in Comune come Collaboratore Scolastico ed interrompevo così un periodo di precariato prolungatosi fino a 37 anni.

Così i nostri stili di vita presero a procedere in modo attiguo ma parallelo: ognuno cercava a modo suo nuove forme di protagonismo sociale e culturale. Ognun per sé, come i Beatles.

Nel frattempo cadeva il Muro di Berlino, il PCI diventava PDS: da Bologna capitale del comunismo in salsa emiliana si passava alla svolta della Bolognina. Declinazioni in scala minore.

Un anno dopo ci raggiunse una tragica e raggelante notizia. Gabriele Baldini – partito per l’Africa a seguito di un progetto gestito di un’associazione non governativa di medici – fu trovato morto, sul ciglio di una piccola piscina, attigua alla sua abitazione. Era sul Nilo Azzurro, in Sudan.

Franco Morpurgo e Gabiele Baldini, 22 dicembre 1983

Ci mancarono di colpo e definitivamente i suoi occhi chiari e lucidi che sapevano guardare oltre la superficie, che sapevano cercare il dettaglio, la sfumatura.

Rimangono ancora le sue parole, scritte come consiglio e anche come commiato dalla vita (avevamo convenuto di iscriverle sulle nostre lapidi): “Bisogna saper guardare dentro e fuori contemporaneamente, bisogna essere consapevoli che il ragionamento non basta.”

“Abbiamo cinque o sei sensi e dobbiamo imparare ad usarli insieme”, ci diceva.

Da quel momento fu chiaro che l’attività del “Circolo degli Occhi Dolci” era finita.

Per tutto il benessere prodotto, per la nostra frizzante e scapigliata visione del mondo, posso dire che ci è comunque andata bene.

E la nostra storia, anche di fronte agli spigoli più duri della nostra vita – proprio per il fatto di essere stata scandita da una modalità attiva e determinata, prodotta da un’unione improntata all’amicizia profonda e al senso dell’avventura – ci ha aiutato tanto, giorno dopo giorno, a procedere nella buona e nella cattiva sorte.  Con occhi dolci.

 

Gabriele Giunchi e Franco Morpurgo nel 1988